Uno spettacolo sensazionale unico al mondo, brividi a fior di pelle garantiti. ENTRATE signore e signori potrete ammirare la pulce cannone, il canguro stanco, e le formiche distratte. Uomini mostruosamente belli sospesi nel vuoto legati a un attimo che sembra una catena. Le meraviglie dei poteri ignoti di chi appare e scompare, di bestie feroci che guardano la televisione e di una risata stretta piena di malinconia
(A. Macke, Circo, 1913)
Benvenuti lor signori!!!
Benvenuti in siffatta
disfatta melody!
Questa sera andremo a presentare
il sipario
bolso
asettico
infinito.
Eccolo con le sue movenze
poco affini a parole e metriche
sculetta di quÃ
ammicca di lÃ
mosso da applauso
qualcuno dice
alfiere di revisionismo.
No.
Mosso da vento
aggressivo tra mattoni lassisti
in teatro diroccato.
Io l'ho visto
con i bottoni della mia giacca.
Lo giuro,
ma da allora
ce l'avevo cucito in bocca.
Il maestro mi solleticava la schiena
Avevo tentato un secondo prima di colpirlo, anni di insegnamenti, visibili dalla mia barba lunga e incolta a rincorrere i pavoni, mentre nei pomeriggi badavo agli elefanti, spalando enormi quantitativi di sterco. Erano passati 10 anni, erano passati a lavorare di braccia e di schiena, mentre gli insegnamenti si limitavano nel prendere bastonate in testa mentre lavavo i piatti. Credevo fosse il momento giusto. Infondo ci eravamo ritrovati proprio per mettere in pratica l'antica arte della spada. E così fu. Nel brandire il colpo nemmeno lo vidi muoversi, era sparito, era di fatto sparito e me lo ritrovai dietro. Il maestro mi solleticava la schiena. Lunga era la strada della piena comprensione.
Jeux d'enfants
Era un tempo in cui perfino al centro di una grande città potevi trovare uno spazio ancora risparmiato dalla costruzione e non ancora decorato dalla dignità del giardino. Il Campaccio, lo chiamavamo. Proibitissimo, per cautela non di siringhe – di vetro, grandi, allora, e si sterilizzavano nelle pentole – ma di ingenui cocci e forse di nascosti scoscendimenti.
Nella fredda mattina di vacanza eccitata da alberi e attese di doni ne provenivano strani stridìi e tonfi pesanti e voci inconsuete. Senza che i muri annunciassero, senza che i vigili fermassero lo scarso traffico, un tendone di tela tentava di gonfiarsi spinto da braccia e da un ansimare forte di uomini.
A tavola, famiglia riunita, fu proclamato il Circo. Inconsueta l’uscita quasi a sera, ridicolo l’incappottarsi accurato per i due passi sulla strada che divideva dal campo, sorprendente l’entrata con le assi, a scavalcare l’invalicabile muretto. Mai sentito l’avvolgente odore animale che stazionava attorno alla cupola a punta e si addensava appena entrati in quell’inconcepibile stanzone di stoffa.
Ci apparve immenso, lo spazio battuto sulle asperità del Campaccio e chiuso dalle cortine legate con rozze corde marinare. E immensa la gabbia che si apprestavano a montare. Guarda, è aperta sopra, e se le belve saltano? Ma l’unica belva visibile fu un anziano leone che, sbadigliando, sembrava ruggire in playback - ma non sapevamo che esistesse il playback, allora - e che il domatore arditissimo affrontava con tanto di frusta - lunghissima, che arrivi fin qui, uno schiocco? - e di sedia ostentata a mo’ di improbabile scudo.
La giacca ad alamari dell’uomo - anziano quanto il leone, se non più - tesa sulla pancia, forse una cucitura allentata, forse un risvolto sbiadito, scomparve in un applauso dopo mille vani tentativi di svegliare il vecchio felino. Scomparve la giacca, sì, solo quella, ché il domatore – ce ne accorgemmo subito – tornò trasfigurato nei panni del pagliaccio, accompagnato da un bianco giovane incipriato e lustro d’argento. Botte e risate, appena iniziate, furono subito finite e fu annunciata la cavalcata. Che fu di un ronzino già candido, abile a girare una volta la pista, abbastanza da lasciare dei mucchi fumanti e odorosi.
Ma pulite lì! Prima che le luci si spengano, prima che il riflettore – mai visto, sapeva di faro e di magia – gettasse la sua luce concreta di fumo – niente scritte sul danno ai bambini, sui pacchetti, allora - e inquadrasse ad altezze che parvero sconfinate corpi scolpiti in tute bianche e triangoli di corda e legno ondeggianti su una rete. Presa coi denti e con le braccia, lei volteggiava per mezzo giro e poi ricadeva in pista con un salto per noi incredibile. E la musica roca annunciava già il finale, con tutto il corteo degli eroi della giornata, cavallo in testa e leone al guinzaglio come un grande cane felino e benevolo.
Costava poche monete, ed era vicino, così la povera magia del tendone potè ripetersi più volte, nei pochi giorni dell’attesa dei pacchetti colorati da lacerare, del dolce da mangiare, dei parenti non assidui nel resto dell’anno. E ogni volta si scopriva silenziosamente un segreto.
A porgere il biglietto - stropicciato, a volte, ché era raccolto da terra a fine serata e riusato - un braccio decorato di lividi svelava la sospetta somiglianza della donna con l’angelo che aveva e avrebbe volteggiato ad altezze inimmaginabili, appesa a un filo. E il leone mostrava un crudele collare che, tirato, ne provocava il breve e sommesso ruggito. E se la donna andava a infilare la calza di seta, ai ritardatari era il pierrot in borghese – ma i lustrini rimasti fra i capelli e uno sbaffo di biacca sul viso lo denunciavano – che prendeva le monete e offriva il passaporto per la magìa.
Passata la prima, si andava anche con parenti e cameriere, presto, ché non era più solennità da richiedere la famiglia al completo. Ma era gioia vera e inattesa, scendere le scale ogni sera e aspettare la gualdrappa e i pennacchi del cavallo stanco.
Finché la stanchezza non finì, per la bestia – probabilmente - in un mattatoio segreto; in una mattina di sole si videro uomini desolati fuori dal tendone e sbirri che domandavano e annotavano. Rubato il cavallo! L’eco della frase era dura e fredda come pietra. Rotto l’incantesimo, ad opera di malvagi, o - più probabilmente - di affamati.
Non fu come prima, l’ultima sera. Il domatore e padrone cappello in mano a chiedere aiuto girando torno torno alla gabbia. Il quartiere, intero attorno alla pista - ladri compresi, credo - fu generoso e, smontato rapido il tendone, caricate le poche macchine di addobbi, travi e fruste, il circo impacchettato lasciò il Campaccio alle solite erbe e ai randagi. Io – mi pare - diedi una moneta.

Il domatore di bestie feroci è un cinese, ha due baffi che sembrano due fili di corda, ha un fisico possente anche se non è molto alto, ed è completamente pelato. Veste con un cinturone di pelle borchiata e i sui denti sono tutti d’oro. È un tipo di poche parole e quando parla urla forte quasi come quando chiama le sue tigri. È l’unico a dargli da mangiare e a pulirgli le gabbie, si dice sia stato un grande cacciatore nella sua vita precedente, ma nessuno sa bene la sua storia. È indubbio però che abbia una particolare predisposizione, data la sua influenza e autorità , a farsi capire dagli animali. Il grande segreto quando ci si trova a tu per tu con questi gattoni è non tradirsi, essere se stessi e non avere mai il più minimo segno della paura. Lo spettacolo evoca sentimenti remoti tramandati nell’inconscio, sete di sangue e lotta per il più forte. Il più forte o colui che ha meno cuore. Ma rare volte succede che tutta la pazienza ad addestrare viene tradita da un evento inconsueto. Dall’applauso alla tragedia di aver privato un essere della sua vita.
A non molti chilometri da qui in una grande villa di un maresciallo in pensione vivevano in un discreto spazio nel verde dei leoni, si sa collezionare felini non è certo una cosa molto normale, fra le cascine del varesotto mi suona ancor più difficile. Era fine luglio e tutti erano in procinto di partire per le vacanze rallentati per il troppo caldo, il maresciallo avrebbe lasciato le chiavi delle gabbie per dare da mangiare ai leoni a un tale che si dimenticò di andare e solo dopo un po’ di giorni si ricordò. Corse subito dai leoni e non si sa se fu un errore o la ferocia stessa delle bestie affamate che divorarono quel disgraziato, non rimase quasi niente di lui e poi fu così per sua moglie e altra gente del paese fino a quando non furono abbattuti.
IL PASSO DELLA GALLINA (Ballo macabro dei santi e dei re)
Presto anche qui da noi le mirabolanti imprese di giovani ragazzi e ragazze, nani, uomini barbuti che, di ritorno da un lungo viaggio nelle terre di Shiva porteranno testimonianza delle imprese di saggi maestri di spada, sputafuoco, eleganti raffigurazioni. Proprio ora stanno cavalcando i continenti, armi e bagagli e vita vissuta. Per gli amanti si del circo, del goffo teatro, delle strane deformazioni dell'uomo. Presto metteranno piede su queste terre e sprigioneranno profumi di gelsomino e fiamme, cerone e dita logore.
Sono l’Uomo Scarabeo, seguitemi e vi insegnerò qualcosa.
Prima, la mia storia.
I miei pensieri una volta volavano con la furia rovente del khamsin. E così le mie passioni volteggiavano, alte ed eleganti come ali di un falco. Il mio respiro era rapido come quello di un animale in caccia. Correvo, bruciando. Travolgevo tutti e tutto, dirompendo, mentre avanzavo.
Affrontavo ogni cosa con impeto e tutto si trasformava in una ripida discesa, di quelle che ti stritolano il cuore. Non mi facevo mancare niente.
Qualcosa, poi, deve essersi spezzato. La mia corsa rallentava, impercettibilmente, giorno dopo giorno o anno dopo anno, questo non lo so; la luce intorno si faceva più fioca.
Dimenticai la gioia quasi senza accorgermene.
I pensieri, tra le mie stesse mani, diventavano un groviglio sempre più contorto.
Non provavo neanche più quei piccoli piaceri, sapete, quando si sta sotto la doccia oltre il limite, fino a sentirsi tramortiti, o quando di notte si esce da soli in macchina ascoltando musica a volume alto, quasi a sfidare la morte. I battiti per le attese, per quella sfumatura di rosso ritrovata in un quadro, un abbraccio nuovo.
Mi stavo immobilizzando nel reticolo dei troppi percorsi che avevo compiuto nella vita, divorandola. Ero nella tela di un ragno, che mi ero costruito da solo.
Niente mi scuoteva più.
Avevo perso il coraggio, forse per la certezza di aver già vissuto tutto.
Ho iniziato allora un viaggio, senza meta, che mi ha portato a questo Circo.
Vagabondando tra i rifiuti-segreti ai margini del campo, ascoltando le storie di quelli che sono ora i miei compagni di viaggio, ho imparato “le meraviglie dei poteri ignoti”.
Seguitemi, adesso, oltre la grande tenda, e guardatemi.
Raccolgo vecchie pentole di latta, vetri rotti, vestiti ammuffiti; non sono ciò che sembrano: sono tutti i miei pensieri, tutto ciò che ormai ho consumato, parole comprese. Li cerco dappertutto, vado a scovare anche quelli più nascosti, pestiferi.
Li metto in un grande sacco, che diventa sempre più pesante.
La vedete quella roccia bianca, illuminata dall’ultimo sole? Sì quella che dà sul mare.
Trascino lassù il sacco; la cosa strana è che a mano a mano che proseguo nella salita, fatico meno, più forte ad ogni passo.
Ecco, adesso potrei anche lanciare il mucchio dei miei pensieri da questa altezza.
Non basta, credetemi: l’idea che possano ritornare ancora più intricati mi spinge a scendere verso il mare, rischiando di sfracellarmi sugli scogli.
Salgo su una barca, non c’è mai nessuno in quella spiaggia.
Porto il sacco al largo, e lo spingo giù, affogandolo, nelle acque che so più profonde.
Mi volto solo quando sono risalito sulla roccia: la mia mente è sgombra, adesso, pronta di nuovo, per ritrovare il coraggio di guardare i colori.
Quando vi capiterà di perdere certe sfumature, di brancolare nel buio, quando le vostre stesse parole vi sembreranno artefatte, alcune perché troppe volte ripetute, ricordatevi di me e del mio sacco di cocci.

Fra i cavalli bianchi e una tenda bassa rossa tenuta su da quattro paletti di bambu c’è un giovane uomo di nome Thomas il fachiro del circo, sembra essere olandese dai lunghi capelli biondi e barba appena accennata, uno sguardo intenso e misterioso, sputa nuvole di petrolio infuocato e lancia la torcia riprendendola in volo, a un fare deciso e drammatico. Thomas sa ingoiare spade di sessanta centimetri e fare un inchino, sono solo due al mondo che sanno fare questo numero. Ingoia anche spade luminose così da poter vedere la spada entrare nella gola e scendere giù lentamente. Ma il suo numero più richiesto è quello della scala di sciabole, sono cinque sciabole taglientissime dove sono state messe delle mele tagliate in due. Thomas prende dal cesto un grosso pitone e se lo attorciglia intorno al collo, intanto si scalda la pianta dei piedi con una torcia di fuoco, poi con decisione ma delicatezza sale sul primo gradino. È in bilico sulla punta della lama, e con calma raggiunge il terzo gradino.
Un cicloclown mi sfreccia davanti raggiante di mille colori, si sente la fisarmonica suonare, mi immagino l’uomo più grande del mondo che tiene per mano l’uomo più piccolo del mondo indivisibili nella loro estraneità .

Ed ora signore e signori sono lieto di presentarvi il signore dell’illusione, colui che crea e distrugge, senza l’ausilio di meschini trucchi legge nella vostra mente e cambia il corso della vostra vita. Molti hanno cercato di imitarlo ma non ci sono riusciti. Stasera per voi la grande opportunità di ammirare questo artista unico nel suo genere, che vi accompagnerà in un nuovo mondo fantastico dove tutto è possibile.

Bertoldo è il clown del nostro Circo e se normalmente si pensa a una persona spensierata e felice lui non lo è affatto, i suoi numeri sono tragicomici e spesso inciampa sul serio e si fa male. Non mi dimenticherò mai quel suo essere così magicamente affine allo spirito dei più piccoli. Bertoldo non aveva mai visto una sedia e non sapeva neanche a che cosa serviva, se la portava a spasso come un trofeo e gli parlava dolcemente. Tra una nota di tromba e un capitombolo coinvolgeva il pubblico in un guazzabuglio generale di pernacchie e sberleffi.
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